Primi capitoli del romanzo
Renato se ne stava in piedi davanti al vetro appannato della finestra. Ripulì distrattamente, con la manica del maglione verde, un arco sul vetro, tracciando una grossa linea curva attraverso la quale apparvero, un po’ sfocati, alcuni dati materiali del mondo esterno: il bosco, l’edificio moderno e la strada certo, ma su tutto, i colli bolognesi, appena imbiancati da una neve pigra, che inciampava nei rami dei grandi abeti fuori dall’università ma sembrava scomparire appena toccato l’asfalto.
C’erano poche persone in giro, perlopiù dirette, a passo svelto, verso il parcheggio, riservato al corpo docente da una sbarra piuttosto comune, a righe bianche e rosse, con la decorazione naturale di una leggera striscia di neve sulla parte superiore. Gli ombrelli colorati stridevano vivacemente con il bigio del cielo e si lasciavano scivolare addosso fiocchi fradici con noncuranza, per poi richiudersi goffamente dietro alle portiere delle macchine.
Le previsioni del tempo, per non smentirsi mai, si erano rivelate fallaci: la tempesta cecena profetizzata dai giornali e rimbalzata con toni drammatici nei social network non era stata altro che una manciata di neve evanescente e una coltre biancastra, stazionaria, a metà cielo.
Renato tornò a sedersi sulla poltrona lisa, attendendo che la porta davanti a lui si aprisse; era il prossimo. Il corridoio in cui si trovava in quel momento, aveva le pareti ricoperte da librerie di metallo, ognuna di colore e forma diversa. Probabilmente erano state acquisite in momenti distanti tra loro e riuscivano a convivere solo sacrificando alla necessità il buon gusto, assassinato da quegli accostamenti coatti di materiali e geometrie. In comune avevano solo i lucchetti delle grate che impedivano l’accesso ai molti libri di materia umanistica che, timidissimi, recitavano a bassa voce i loro titoli su dorsi consunti dai colori pastello.
Renato aveva avvistato solo pochi studenti in tutta l’ora precedente, fasciati in piumini strettissimi, con sottobraccio quadernoni ad anelli, dispense voluminose e tablet.
Si erano affacciati in quel corridoio periferico, con occhiali voluminosi e la loro invidiabile giovinezza, avevano gettato un’occhiata fugace nel corridoio dove Renato attendeva già da tempo, per poi volatilizzarsi nel vicino dipartimento di Lettere e Filosofia, forse per sbrigare le ultime faccende prima delle tanto agognate vacanze di Natale.
Era venerdì 21 dicembre dell’anno del Signore 2035 e si andava per il 2036.
Per molti di loro questo periodo dell’anno significava salutare i compagni di stanza, le liti furiose per i turni di pulizia del bagno, pagare in anticipo la rata dell’affitto di gennaio, riempire la valigia di vestiti sporchi e qualche regalo di poco valore e poi via: un autobus, una stazione, un treno e poi ancora una stazione, più piccola della precedente, e un vecchio trenino regionale per riabbracciare, infine, i genitori, i fratellini, le sorelline, gli zii e i nonni.
La famiglia, insomma: quella con la F maiuscola.
Qualcuno avrebbe negato l’evidenza di essere un po’ smagrito o avrebbe scambiato con parsimonia aggiornamenti sugli esami sostenuti, sul professore bastardo che non mollava mai l’agognato 18, sulla vita in una grande città del Nord per poi sviare il discorso sui pettegolezzi di paese. Inevitabilmente, la situazione sentimentale sarebbe stata indagata a colpi di “ma quando ti trovi un ragazzo, o una ragazza” e altri imbarazzanti sconfinamenti nella propria privacy.
Pochi di loro avrebbero continuato a nascondere di avere mollato l’università da mesi e di lavorare in qualche friggitoria multinazionale, o come schiavi pro tempore in una delle molte aziende metalmeccaniche della zona, rinviando ancora una volta il Giorno del Giudizio sine die.
Renato, dal canto suo, attendeva con una certa inquietudine, limitandosi a lasciare scorrere quel tempo mellifluo in cui danzano infinite possibilità, in cui i personaggi devono fare ancora la loro comparsa sulla scena e l’autore divaga in descrizioni oziose, nell’attesa di un’intuizione che consenta alla storia di trovare il proprio corso.
La porta davanti a lui era ancora chiusa, affissa nella parte superiore, delimitata da un rettangolo azzurrino, c’era una targa con il nome della professoressa Nicoletta Nasti, docente ordinaria di Letteratura Creativa presso l’Università Privata Cattolica Petroniana, forse la più esclusiva di tutta l’Emilia-Romagna, famosa in tutto il mondo anche per l’annesso Museo d’Arte Balcanica e Orientale Petroniano, il noto MABOP.
Renato non era più studente da anni, di quella o di qualsiasi altra università, eppure se ne stava seduto da almeno un paio d’ore sopra quella poltrona lisa, covando la speranza di essere ricevuto da quella docente che nemmeno conosceva di persona.
Lo aveva preceduto una ragazza un po’ robusta, dal viso molto carino, con un sorriso pieno di speranze e le lenti terse, pulitissime, attraverso cui la bellezza del mondo riusciva ancora a raggiungere l’anima direttamente, come può fare uno schiaffo o un bacio. Ripassava ossessivamente alcune pagine di una monumentale dispensa, flagellata da strisce gialle su quasi tutte le righe di testo. Con ogni probabilità, in quel momento, all’interno dell’ufficio, stava sostenendo un esame – forse di recupero? – con la professoressa Nasti.
Renato aveva appreso, origliando una conversazione tra studenti, che si chiamava Claudia: un bel nome, a suo parere.
L’esito di quell’interrogazione avrebbe impresso direzioni opposte alle vacanze natalizie della giovane donna, lasciando del tutto invariata la vita di Renato e quella della quasi totalità delle persone al mondo. Le vite di tutti scorrono l’una vicina all’altra ma il raggio di influenza sembra fermarsi ai fili che s’intrecciano direttamente con i nostri. Filosofi e teologi ritenevano, invece, che la tela fosse unica, misteriosa ed eterna, come formalizza anche la Teoria del Caos: difficilmente la catena di causalità, secondo questi pensatori, si fermerebbe all’apparenza e l’umanità, sorprendentemente, sarebbe un solo grande essere. Le sue molte storie, un’unica Storia.
La porta era ancora chiusa quando un singolo tono, un armonico discreto, emesso dall’orologio di Renato, segnalò che anche per quel giorno il mondo era giunto nella sua terza ora pomeridiana.
Dapprima si presentò come un sibilo sommesso, indecifrabile, per poi lentamente rivelare di essere un pianto soffocato, disperato, che sfociava spesso in singhiozzi trattenuti.
L’esame nello studio della professoressa Nasti non sembrava procedere al meglio per la povera Claudia.
Riuscivano a superare la barriera di quella porta in compensato marrone solo frammenti di frasi, a volte solo qualche singola parola: «Ho studiato tutto il mese», «la prego», «me ne faccia solo un’altra», «guardi i miei appunti, si vede che ho studiato». Renato era un po’ dispiaciuto per quella studentessa anche se, con il passare degli anni, aveva cambiato completamente idea circa la benevolenza dei professori: troppo spesso nella propria vita aveva incrociato professionisti incompetenti, fossero medici, operai o architetti. Per non parlare dei politici! No, davvero, quelli era meglio lasciarli perdere. Troppo spesso le conseguenze della loro inettitudine avevano richiesto un tributo di sangue o sofferenza. Così Renato, alla sua età, era giunto a ritenere che regalare un 18 a chi non lo meritava andasse a detrimento dell’intera società.
Come si diceva un tempo, chi non è comunista a vent’anni è senza cuore, chi lo è ancora a cinquanta è senza cervello.
Non la pensava così, invece, la Nasti perché i toni sembrarono risollevarsi all’interno dello studio, poi un trambusto di sedie e fogli, i ringraziamenti volanti e gli auguri di Natale. Quando finalmente la porta si aprì, la studentessa scappò via di corsa, forse mossa dalla paura inconscia che la professoressa potesse cambiare idea. Salutò Renato con un semplicissimo “auguri” e finì risucchiata dall’altro capo di quel lunghissimo corridoio, oltre la curva, diretta verso il resto della propria vita.
«Avanti il prossimo» chiamò a voce alta la Nasti, una voce armoniosa che lasciava però trasparire un’età non più verdissima. Renato si accomiatò da quella poltrona con cui aveva condiviso tutte quelle ore ed entrò nello studio della docente.
«È permesso?» chiese educatamente, piuttosto sorpreso dalle dimensioni contenute di quell’ufficio che non sarà stato più grande di nove metri quadrati. Una parete era occupata dalla porta e da una libreria color ciliegio di marca Ikea, straripante di libri e fogli tutti in procinto di suicidarsi lasciandosi cadere nel vuoto. Tra la parete e una scrivania stretta, la docente era quasi schiacciata, seduta su una sedia ergonomica dallo schienale alto.
Alla destra di Renato c’erano una finestra con i doppi vetri e un attaccapanni da cui pendeva un cappotto elegante. Ah, c’era anche un curioso cappello verde giada, con una specie di piuma sul lato. A Renato ricordò quei cappellini di moda negli anni ’30 del secolo precedente, in particolare quello indossato dalla propria nonna e immortalato in una fotografia che ricordava appesa sul caminetto della casa di campagna, quando lui era ancora un bambino e scorrazzava veloce tra le gambe di tavoli e parenti.
Poi tornò la nebbia solita e sottrasse alla mente di Renato le cose di ieri, per restituirle al passato da cui erano giunte. O, forse, al niente: erano mai avvenuti quei fatti?
«Buongiorno,» rispose la professoressa Nicoletta Nasti con un’espressione sorpresa dipinta su un viso ancora giovanile. «Uhm, lei sarebbe uno studente?»
La professoressa era una donna magra, dal volto pieno e gli occhi chiari, tra l’azzurro e il verde. Un tempo era stata una donna molto attraente, con quel taglio delle labbra così delizioso e la figura aggraziata, sormontata dalle spalle piccole e l’ovale perfetto del viso. Anche in quel momento, quando Renato la conobbe di persona, era evidente la gradevolezza della figura che sfidava coraggiosamente i sessant’anni, ormai prossimi.
Renato, dal canto suo, non era mai stato propriamente bello: uno di quei bambini anonimi, uno tra i tanti, che l’adolescenza aveva mutato in un ragazzo né bello né brutto, di quelli che a volte si definiscono generosamente “un tipo”, non disponendo di una descrizione più appropriata. Invecchiando poi, si sa, solo l’aceto buono migliora e non si può negare che la vita avesse tirato un paio di brutti scherzi all’uomo sessantaduenne che entrò in quello studio, il giorno prima delle vacanze invernali, di quella nota università felsinea.
Dal canto suo, Nicoletta Nasti gli riconobbe però una certa eleganza nei modi e cura nel vestire che la portava a esprimere un giudizio piuttosto positivo su quello sconosciuto.
«No, professoressa,» rispose Renato «sono anni che non posso più definirmi uno studente. Anche se gli esami più difficili li ho affrontati fuori dalle aule di una scuola.»
«Questo è vero per tutti, temo» rispose lei, comunque sorridendo. «Posso esserle utile in qualche modo?»
«Credo di sì, o almeno lo spero. Avrei bisogno, però, di esporle la questione con comodo, perché temo si tratti di una di quelle circostanze facili a essere fraintese.» Sorrise, appoggiandosi al bastone da passeggio la cui impugnatura in metallo raffigurava il muso di un cane segugio, dalle lunghe orecchie. Forse un bracco. «E questo richiede un po’ del suo tempo, immagino.»
«Facile al fraintendimento, accidenti! Sembra davvero una presentazione insolita e non nego che abbia suscitato in me un qualche interesse,» ammise la Nasti «però io dovrei fare ricevimento studenti questo pomeriggio…»
«Ma non c’è nessuno qui fuori» fece notare Renato girandosi verso il corridoio
«siamo gli unici rimasti, credo, in tutto l’ateneo.»
«Non mi stupisce» ammise lei. «È l’ultimo giorno prima delle vacanze. In effetti, potrebbe non venire più nessuno. I ragazzi fuori sede saranno già sulle banchine dei treni se non, addirittura, già partiti.»
«Quindi posso accomodarmi?» insistette Renato con un’espressione indecifrabile sul volto.
«Sì, volentieri via! Si sieda pure.» Nicoletta spostò alcuni fogli dalla scrivania e anche un manuale di scrittura creativa su cui era stampato il proprio nome. «Se non le dispiace, però, lascerei la porta aperta così, se si dovesse mai presentare uno studente, ce ne accorgeremmo.»
«Mi sembra un compromesso accettabile» convenne Renato. «Anzi, mi scusi se mi sono presentato così, in questo spazio destinato ad altri, ma non sapevo in quale altro modo contattarla.»
«Quindi cercava proprio me, devo esserne lusingata?» domandò con lo sguardo serio. «Oppure è di quegli haters che sfogano le proprie repressioni sulle persone famose? Anche quelle come me, ormai dimenticate da tempo.»
«Non sono qui per offenderla, professoressa» precisò lui «anzi, credo di poter essere definito addirittura un suo fan, anche se non amo particolarmente questo termine così anglofono. Preferirei la parola “ammiratore”, ma a volte dà adito ad ambiguità con il termine “corteggiatore”, per cui, mio malgrado, rimarrei su fan.»
«Le confesso che facendo questo mestiere da diversi anni, anche se con risultati piuttosto alterni, sono arrivata a distinguere i miei fan mediante un criterio sorprendente: ci sono quelli che hanno letto i miei libri e quelli che proprio non l’hanno fatto. Lei a quale categoria appartiene?»
«Be’, la prima» Renato rimase sorpreso da quelle parole «diciamo che sono un uomo all’antica. Anzi, mi chiedo come si possa essere un suo fan senza aver letto almeno un suo romanzo.»
«Sì può benissimo.» Rise. «Molti anni fa, quando Dove la luce, il mio primo romanzo di successo, era l’argomento del giorno, non le dico quanti erano i giornalisti, i presentatori televisivi o i registi che si dichiaravano miei lettori pur non essendolo affatto.»
«Davvero?»
«Eccome, pensi che all’inizio avevo ancora l’ardire di porre loro domande circa la trama, su questo o quel personaggio perché avevo piacere di saggiare l’opinione dei lettori. Mi cacciavo così in situazioni piuttosto imbarazzanti, punteggiate da risposte monosillabiche, sguardi bassi e cambi repentini di argomento» ridacchiò Nicoletta.
«Il conformismo e la moda vanno spesso a braccetto» fece notare Renato. «Immagino comunque che anche loro, e a loro modo, abbiano contribuito a fare del suo romanzo, per altro bellissimo, il best seller internazionale che conosciamo. A trasformarla in un personaggio pubblico insomma; un personaggio non così marginale, come ha lasciato intendere prima.»
«È molto galante, signor Renato.» Arrossì. «Ma temo che i miei giorni di fama appartengano ormai solo al passato.»
«Mi limito alla verità,» continuò Renato «trovo la sua scrittura molto piacevole, scorrevole, e le sue storie così vere, anche quando si avventura in generi a me poco congeniali, come la fantascienza.»
«Ah, quindi ha letto anche il mio ultimo lavoro!» esclamò davvero sorpresa. «Non deve essere stato facile da trovare: ne avranno stampate sì e no tre copie in tutta Italia.»
«Sì, l’ho letto e mi è piaciuto anche quello,» ammise lui «romantico e facilmente fruibile anche da chi, come me, non può considerarsi certo un critico letterario.»
«Le ricambio il complimento osservando che si esprime in un italiano perfetto» gli concesse. «È un conversatore molto brillante.»
«Ora sono io a doverla ringraziare.»
«Mi limito alla verità.» Sorrise. «Siamo ancora soli?»
«Scusi?» Renato, d’acchito, non capì cosa intendesse.
«È arrivato qualche studente?» chiarì il suo pensiero la Nasti.
«Ah, no, siamo ancora soli» rispose Renato dopo essersi voltato verso un corridoio deserto.
«Allora si sieda pure» fece gli onori di casa lei «e mi dica perché mi ha cercato. Vuole un autografo?»
«No, la ringrazio.» Renato si sedette a fatica, rivelando una rigidità delle gambe difficilmente imputabile solo all’età. «Non le nego di aver un problema di fondo con gli autografi.»
«Sarebbe?»
«Semplicemente non capisco a cosa servano» spiegò. «Cioè, se io incontro una persona che stimo, un personaggio famoso, sono contento di averlo visto, magari di essere anche riuscito a scambiarci due parole. Cosa me ne faccio mai di un autografo? Dovrebbe dimostrare agli altri che quell’incontro sia veramente avvenuto? Oppure è una prova per me stesso, per non illudermi di aver sognato a occhi aperti?»
«O le foto» continuò per lui Nicoletta. «Se non si possiede un ristorante o un locale pubblico, nemmeno io capisco a cosa mai possano servire. Inoltre, io vengo sempre malissimo nei telefonini: il sorriso tirato, l’incarnato pallido e gli occhi spiritati.» Sospirò. «Mi rivedo sempre così vecchia!»
«Le racconto questo,» le rivelò Renato «un mio amico ha tappezzato il soggiorno con fotografie di lui assieme a diversi personaggi famosi. Saranno almeno una cinquantina, di cui nemmeno una è vera.»
«Non una?»
«Macché, nessuna: le ha realizzate lui con il fotoritocco. Pensi che, su questa parete di trofei squallidi e posticci, c’è anche lei, fuori dal Diana, mentre abbraccia questo mio amico.»
«Perché lo fa?» si domandò lei. «Perché questa messa in scena?»
«Pier Giorgio lo fa per impressionare le persone che invita a casa sua, per esibire queste star e risplendere così di luce riflessa, credo.»
«È una cosa del tutto insensata» protestò lei «nemmeno essere noti, di per sé, in termini generali ovviamente, è motivo di vanto. Si diventa famosi per un tormentone su YouTube, per un libro che non raggiungerà mai la grandezza della Recherche, per aver posato nuda da qualche parte. Senza considerare che la notorietà, per natura, è una delle esperienze più effimere al mondo: oggi c’è, domani non c’è più, come capita solo a certe amicizie… o certi amori anche.»
«Sic transit gloria mundi. Mi fa piacere scoprire che la pensiamo allo stesso modo» ammise Renato. «È anche raro che una persona come lei, famosa intendo dire, abbia un’umiltà così preziosa, così rara. Io non le nego che, da ragazzo, sono finito in un brutto guaio solo per ambizione e avidità; per poco ci morivo. Questo bastone da passeggio mi ricorda, ogni giorno, a ogni passo, quanto ci sia andavo vicino.»
«Mi vuole raccontare com’è andata?»
«Non si offenda, professoressa Nasti,» si tirò indietro lui con determinazione «ma tutta la vicenda appartiene al passato, a un’altra storia, come si legge in certi romanzetti per ragazzi.»
«Ma sì, non rivanghiamo il passato» acconsentì lei. «Mi dica invece perché è qui oggi. Immagino che non voglia indicazioni orientative per iscriversi alla scuola di Lettere.»
«No, non sono qui per questo.» Sorrise Renato. «Come le ho detto, è da anni che non sono più uno studente. Inoltre, sarei un pessimo scrittore: ho problemi grossi nel raccontare anche i fatti più banali.»
«Allora cosa la porta nel mio ufficio, in questo pomeriggio così malinconico, a ridosso del Natale?»
«Non c’è un modo meno strano per dirlo,» si fece coraggio lui «quindi mi limiterò a esprimere il dubbio che mi ha condotto da lei senza troppi fronzoli. Da qualche tempo, un paio di settimane per la precisione, io vivo nella convinzione netta di essere nuovamente il protagonista di un romanzo.»