Nicola Santi

Marte, 2022

Primi capitoli del romanzo

Camminare, deve, solo, camminare.

Non può certo fermarsi, non scherziamo!

Un passo, un altro, restare in movimento, sempre in movimento o il freddo lo ucciderà; suo zio stava per morire così, non era proprio suo zio, ma sì, stava per morire così.

Il freddo, lo ucciderà… no, non deve pensarlo, non de-ve, non può morire adesso, non dopo tutto il resto.

Fumo dalla bocca, punte delle dita gelate. E i piedi?

Ma non può pensarci, deve camminare; ancora un pas-so, dai, uno ancora: sa camminare?

Il cuore batte, batte, sbatte tra le costole, gli esplode in petto, sta per morire d’infarto.

Sta per morire di freddo, sta per morire.

L’elettrocardiogramma era buono, niente infarto, nemmeno un anno fa. Il respiro è affannato, il fiato corto, il dolore ovunque; sul punto di cedere, di spezzarsi, mai senti-to così, le corse al ginnasio? Ambre era così carina… neanche a scuola sbatteva così forte. Ambre, la lettera.

È strano, troppo strano, troppo spaventoso, troppo cor-to il fiato, risuona in testa, tra le orecchie, pulsa al ritmo del dolore, la strada è bagnata, il cielo è nero, deve restare calmo, il respiro è così corto, così estraneo, così malato, è l’infarto, si-curo lo è, è L’INFARTO, ADDIO, ARRIVA, MUORE!

Ma non muore, respira, non muore, è ancora vivo ma deve fermarsi, fermarsi, fermarsi, fermarsi, sdraiarsi, dormire, per terra ma subito prima che gli esploda il cuore, prima che scendano i lupi a branchi.

Fa freddo, le dita non le sente più, i piedi sono andati e il resto è un rovaio di sofferenza e il tempo batte, il suo cuore batte, deve sdraiarsidormiresubitolìperstradaadesso!

Ma no, che dice! Non può fermarsi, è impazzito forse? È scemo o mangia i sassi? Ah ah ah, la mamma ride, la cor-nacchia grida, il cane canta e i cani non portano pantaloni.

Canta il cane e sì, sì, grida sulla strada nera, buia, de-serta, urla tutta la paura, la rabbia il dolore, urlare? Sì, urla! Ma non emette quasi suono, un rantolo appena, debole, vinto, sul punto di crollare, spazzato via dal vento freddo che ha ucciso suo zio, non era proprio suo zio.

L’elettrocardiogramma era buono.

Fottutamente buono, può farcela.

Deve respirare, cercare di riprendere il controllo.

Buono, buono, buono, tornare tra un anno, oh Gesù Santissimo! Un anno è così in là, l’alba è così in là, il prossimo passo così in là. Tutto è fottutamente così in là…

Camminare, deve camminare e basta pensieri, non è tempo di riflessioni o il freddo lo ucciderà, come suo zio, non è morto però quasi morto, quasi, quasi morto di freddo. Si volta un attimo, un istante: non c’è nessuno, non ancora alme-no, potrebbero arrivare, finire il lavoro, bisogna sempre finire il lavoro, lagattafrettolosahafattoigattiniciechi!

Il dolore, dolore, questo, la gamba, la spalla, la testa: è insopportabile, immenso, feroce, crudele, sordo, feroce.

Lo ha già detto, feroce.

Lo trapassa come una lancia ad ogni passo, dal tallone contro l’asfalto nero fino alla nuca, non può fermarsi, il dolore è cosa buona, è prerogativa delle persone vive.

Deve andare, camminare, un passo dietro l’altro, anco-ra uno ma non può continuare in eterno, non può continuare nemmeno per un altro minuto.

Dormire per strada, dormire, sognare forse? Amleto, quel finocchio danese.

Dove nascondersi? Deve. Dove? Dove, dove, dove? At-torno solo alberi di un bosco fino al bordo della strada, un lampione, la luce fioca, e cime dei monti tutto intorno, lonta-no, e lui solo in mezzo al niente.

Con niente altro che il suo tremendo dolore.

È fottuto, non ha speranza.

Non deve arrendersi.

È fottuto, invece. Si ferma, il rumore del suo cuore scassato gli rimbomba in petto, i polmoni non riescono più a trarre ossigeno dall’aria gelata. Trema vistosamente e la cami-cia è bagnata. La giacca è bagnata. I capelli sono bagnati e non è acqua, acqua non è, il sangue gli ha sempre fatto impressio-ne, i prelievi, svenire, svenire, dormire, sognare forse? Frocet-to.

Non deve pensarci adesso.

Un rumore alle sue spalle: uno sbattere ripetuto, fuori tempo, scostante. Sono loro? Lo hanno raggiunto? No, non c’è nessuno.

Qualcosa c’è, una casa, c’è una casa, oltre il sentiero, là in fondo, in mezzo agli alberi, c’è una casa a due piani, scura come la sfortuna.

Si incammina, dalla gamba dolore lancinante, gli mor-de la carne, come aghi, come artigli, come i denti di un pit-bull; suo cugino aveva un pitbull, era buono, ma “è meglio non fare movimenti bruschi”. Deve muoversi e c’è solo una casa, se Dio non ti dà che limoni, spremi limoni. S’incammina lungo la stradina sterrata, in mezzo al bosco, come Cappuc-cetto Rosso inseguito dal Lupo Cattivo e dalla Strega Zoccola.

Il sangue continua a scorrergli lungo la pancia, la ferita brucia al folle ritmo del suo cuore mentre raggiunge la casa di pietra e legno, a due piani. Una luce si accende al suo arri-vo: c’è qualcuno? Lo hanno trovato? No, non c’è nessuno: tut-te le finestre hanno gli scuri chiusi. La luce si è accesa da sola: sensore di movimento, una furbata, una furbata davvero, si risparmia sulla vigilanza.

Il rumore che lo ha attratto qui proviene dall’altro lato della casa, lo raggiunge cercando di appoggiare la gamba de-stra il meno possibile ma sembra di vetro, sul punto di spez-zarsi in mille schegge affilate.

Seguire il rumore, seguire, seguire, seghine, seghine, segare, sega ossa, la gamba si spossa!

Ecco, il rumore proviene da qui, o è solo il cuore che batte? No, è reale, uno scuro che sbatte contro la finestra, spinto dal vento: non è stato chiuso bene. Si avvicina, lo spa-lanca, la finestra è molto ampia ma chiusa, dietro non si vede nulla. Buio fuori, buio dentro, buio in fuori e in dentro.

Crolla? Sta per crollare? Di certo trema per il freddo, per il dolore, per la paura.

Una pietra, un sasso, serve un sasso, uno spasso di sasso ma c’è solo un vaso di fiori, appoggiato a terra, andrà bene uguale, se Dio non ti dà che limonate…

Si china per raccoglierlo, d’istinto, incautamente e sen-te spezzarsi qualcosa nel ginocchio, esplode un dolore rosso, come una piccola atomica nel suo cervello, ha poco tempo, solo pochi secondi, prima di salutare la compagnia.

Lancia in malo modo il vaso contro la finestra che si disintegra ma lui non sente più alcun rumore, chi ha spento la TV? Mamma? Hai spento la TV? Anche il battito del cuore inizia a farsi lontano, il battito, il dolore, la paura, il freddo, tutto fugge mentre si siede sul bordo della finestra, dando le spalle alla stanza; la notte entra nel suo campo visivo restrin-gendolo in cerchi sempre più piccoli, tutto si fa lontano, il do-lore, la paura, il freddo mentre si lascia cadere dentro come un sommozzatore nell’oceano di silenzio sotto di lui.

Quando raggiunge il pavimento di legno, in mezzo al-le schegge di vetro della finestra, a pochi centimetri dal vaso rotto, sbatte con forza la testa ma non è già più lì: svenuto, andato, fottuto.

Buonanotte a tutti.

La sabbia, il sole, ombrelloni variopinti e la risacca del mare poco lontano: non riesce ad aprire gli occhi per la luce abba-cinante, gialla, calda, viva. Si sente stanchissimo, dovrebbe andarsene da lì e lo sa bene, dovrebbe riprendere il cammino, tornare a parlare bene, è davvero sciocco e pericoloso restare. Se non fosse così stanco, se non fosse… forse ha dormito poco questa notte, faceva così freddo questa notte. Ma qui c’è il so-le, può dormire adesso, solo un poco ancora.

Ancora un poco.

Dei bambini senza costume si rincorrono con le pistole ad acqua, giocandogli attorno; le pistole sono davvero strane, sembrano pesanti, grigie, di puro metallo. Lo schizzano sul petto, vorrebbe sgridarli, alzarsi, darli la lezione che si meri-tano ma gli mancano le forze; li urla contro ma la sua voce è così debole, come la notte scorsa, e non riescono a sentirlo.

Il bambino bacia la bambina sulle labbra, lei prende in bocca la canna della pistola guardando dritto verso l’uomo sdraiato al sole, senza dare nemmeno segni di vederlo.

Dovrebbero però, dovrebbero portare un po’ di rispet-to, dopotutto quella pistola l’ha pagata lui! Poi ha una gamba fracassata, ingessata fino alla coscia, le formiche vi marciano dentro e fuori ininterrottamente, e si sente così triste e stanco.

Spossato sarebbe un termine più appropriato, danna-zione al linguaggio!

Si asciuga la spalla con la mano ma evita di guardarsi le dita, non è nato ieri ma sviene ancora ai prelievi. Non è na-to ieri e non è morto oggi ma non può guardarle e non può nemmeno non guardarle così si porta la mano davanti agli occhi chiusi, vede le dita viscide e appiccicose e le sente rosse scarlatte. Questa è una sinestesia, una bella parola.

La sabbia sotto di lui inizia a solidificarsi, ma è la normale conseguenza del vento gelido che spazza la spiag-gia, anche i bambini sono andati a disturbare qualcun altro, la pistola è piantata a terra come un chiodo in una bara: ma cosa diavolo ci fa in spiaggia tutto da solo, di notte per giunta? Si buscherà un raffreddore, si ammalerà se non si allontana.

Morirà certamente se non si sveglia.

Spalanca gli occhi di scatto su un lampadario di tela, dondola sul soffitto, avanti, indietro. Dondolano le mappine ciondolanti appese al telaio di ferro, dondola la stanza e don-dola anche lui steso qui a terra.

Fa un freddo senza speranza, la pancia umida, la gola secca e la spalla in fiamme.

Dove si trova? Gira la testa lentamente, la nuca gli duo-le, dolore; la spalla gli duole, dolore, dolore e la gamba è una fabbrica di sofferenza a ciclo continuo.

Si è addormentato?

No, è svenuto.

Si gira goffamente su se stesso, cercando di non indi-spettire ulteriormente il Dio della sofferenza, si gira fino a ri-trovarsi prono, si appoggia sul braccio destro, diversi tentati-vi dopo riesce a guadagnare la posizione eretta: vetri per ter-ra scintillano alla luce della luna, tagli sulle mani, vento fero-ce dalla finestra alle sue spalle e tutto si riduce alla mera so-pravvivenza.

Lo hanno raggiunto? Faticosamente guarda fuori e il bosco guarda lui qui dentro e giganteggia in ogni direzione, ma c’è solo notte e bosco, bosco e notte ogni dove.

Il cielo è ancora scuro, la notte impera.

Si tocca la spalla con la mano, le dita si bagnano, sono appiccicose e rosso scuro. Scintillano nell’oscurità.

Medicarsi la ferita, proprio come nei film; degli asciu-gamani servono, dell’acqua calda serve. E una puerpera. Non deve mica partorire? Oh sì? Partorire un chicco di piombo. Asciugamani e dell’acqua, come nei film, cauterizzare la ferita, amputare la gamba, salvare il paziente, avanti il prossimo, applauso.

Zoppicando penosamente dà le spalle alla finestra, spunta dal buio la sagoma squadrata di un divano, un tavolo, sedie di legno, un banco, una cucina e altro imbarazzante mobilio dozzinale.

Avanti il prossimo: l’operazione è riuscita, il paziente è morto!

Gli serve un bagno, maestra posso andare a fare pipì? Deve curarsi, come nei film, partorire la pallottola, speriamo che non sia femmina, speriamo non ci sia sangue, sangue sul-le dita e lui odia il sangue.

Odia morire con una spalla in cancrena.

Setticemia.

Si incammina verso il corridoio, le piastrelle di un ba-gno oltre la porta a sinistra, appena socchiusa. Un termostato sul muro, gira la rotella con i gradi, 17,20,22, si accende un led verde, un piccolo albero di Natale, per regalo vuole una gamba nuova.

E una spalla nuova.

E una moglie.

Nel bagno accende la luce, esplode pallida e asettica, lui strizza gli occhi per il fastidio, appare il volto di uno spet-tro messo veramente male; lo fissa con gli occhi deliranti del pazzo rinchiuso nella sua prigione di vetro; è lo spettro di se stesso, pallore A4, aspidi per capelli, tagli sulle guance, un rivolo secco di sangue sulla fronte, l’espressione terrorizzata di chi sta guardando la morte in faccia.

Sparisci fantasma, smetti di fissare!

Toglie la giacca, dolore, rallentare, la giacca è per terra e la stanza più fredda. Togliere la camicia appiccicata alla fe-rita, il sangue è la colla, ciap, ciap, una bustina di autoadesivi; slaccia i bottoni, tira lentamente i lembi, rumore di feltro, ciap, ciap, la stoffa si separa dalla carne, lentamente, dolore, fare più lentamente; la ferita è scoperta, la camicia per terra, la stanza più fredda.

Suo zio è morto di freddo, a torso nudo in un bagno estraneo.

Non guardare la ferita implica, necessariamente, guar-darla: un piccolo vulcano, con il suo mortale cratere rosso, la-va calda e vischiosa, Pompei risorge dalle ceneri, l’occhio di Ismaele aperto, sanguinante.

Non toccarla.

Deve toccarla.

Un solo dito, incerto, la tocca: dolore, dolore, dolore, DOLORE!

Grida, forse grida, forse sogna di gridare, forse grida solo lo spettro muto dall’altra parte dello specchio.

Nessuno vede, nessuno sente, proprio come piace a Vincent.

Apre il rubinetto, tutto sul rosso, acqua fredda, aspetta, fredda ancora, aspetta, fredda ancora. Non può attendere di più, si getta piccole manciate di acqua sui lembi sanguinanti della ferita; dove sei tesoro? Guarda dentro e non la vede, guarda dentro attraverso lo specchio e non la vede, solo carne maciullata, ancora viva e un rivolo continuo di sangue.

È caduta, magari se ne è uscita la stronza, è nella cami-cia a terra, la pallottola magica. JFK, Dallas, la decapottabile ed è morto, amen. Si tocca la scapola, non c’è foro di uscita, non c’è via di uscita, deve togliere di mezzo il proiettile pri-ma che tolga di mezzo lui.

Pinzette infermiera! Servono pinzette lunghe e strette; lo specchio è un’anta, la apre, lo spettro smamma. Tre scaffali larghi, scatole di medicine, davvero tante, un segno della be-nevolenza del Dio degli sparati: Xanax, lo getta a terra; sup-poste, a terra; pomata rettale per le emorroidi sanguinanti, guarda la ferita, ci pensa su, la getta poi a terra: ci dovrà esse-re qualche differenza tra una spalla e un buco di culo.

Colliri, vitamine, tutto a terra; antibiotico, amoxicillina, questo gli serve! Controllare la scadenza? Ah ah ah, non c’è tempo. Apre la scatola, tremano le mani, all’interno trova un unico blister con quattro pillole voluminose. Viagra… bei tempi. Una in bocca, giù subito, beve un po’ d’acqua per de-glutirla, fredda in gola come solitudine.

Sete, ha molta sete, così continua a bere attaccato al ru-binetto. Tic, tac, passa il tempo, tic, tac affila la falce.

Dissetato infine, torna a ispezionare i medicinali e tro-va dell’Oki: anti infiammatorio, analgesico, speranza pura in bustine. Serve un bicchiere, butta a terra gli spazzolini, lo sciacqua per non compromettere la propria salute, ci tiene lui alla salute lui! Lo riempie, apre una bustina, le mani infide tremano, la bustina cade sul pavimento, troppo lontana, per-duta per sempre come la giovinezza.

Ne prende una seconda, la apre sul lavandino, gli ca-de.

La prende e gli cade di nuovo.

Di nuovo la prende e riesce, infine, a versare la prezio-sa speranza di oblio nel bicchiere, mescola con un dito, traccia rossa nell’acqua, tutta farina del suo sacco, beve la medicina, sa di menta.

“Dolore”, grida il collo, “concordo”, risponde la nuca. È un monumento vivente al dolore.

Vivente per quanto ancora?

Vede le pinzette, piccole, di ferro, con i lembi acumina-ti, puntuti.

Piccole va bene, affilate non tanto.

Deve togliersi il proiettile, deve farlo adesso, subito!

Chi fugge non vince e i vincitori non fuggono. Middel-march.

Appoggia il bicchiere, prende il piccolo arnese per la depilazione di naso e sopraccigli e lo guarda terrorizzato.

Fermati mano, smetti di tremare! L’afferra con l’altra, così può andare, può farcela. Deve farcela. Richiude l’anta, vede la ferita riflessa. Con entrambe le mani si avvicina alla ferita, cautamente, lui è uno furbo, questo è il momento della cautela massima. Può farcela.

Il metallo sfiora appena la ferita, dolore, dolore, dolo-re, dolore, dolore, DOLORE!

Il cuore gli batte all’impazzata, i cavalli scattano alla partenza, schiumanti e sudati. Affonda le pinze nella ferita cercando di non toccare i lembi.

Allegro chirurgo, lui in giardino, un pomeriggio qual-siasi della sua infanzia inquieta e solitaria: le cosce della frut-tivendola, l’orlo di pizzo, il mistero oltre il visibile.

La ferita si fa più stretta, il percorso accidentato. Sfiora appena la carne, il dolore si accende, un tremito incontrollato gli spinge con forza il bordo tagliente delle pinzette verso l’interno del proprio corpo, tra muscoli, vene, nervi e Dio sa cos’altro. Dolore, dolore, DOLORE, DOLORE, DOLORE, DOLOOOOOOORE!

Gli occhi ruotano verso l’alto, non per esasperazione, è solo la notte che avanza.

Le pinzette conficcate nella ferita sporgono come una piccola antenna così vicina al cuore. Le cinq.

Cade senza alcun controllo, senza difese, sbattendo violentemente il viso contro il bordo del lavandino. Tum. Un tonfo secco, sinistro. Lo smalto liscio spacca le labbra contro lo smalto dei denti, gli zigomi contro le guance, il cranio con-tro la fronte. Si lacera tutto quello che può lacerarsi. Tum: bre-ve, sordo, riecheggia tra le piastrelle celesti del bagno vuoto.

La testa dell’uomo, trascinata dal corpo, scivola contro il bordo del lavandino lasciandosi alle spalle un’ampia scia di sangue. Rossa è ora la bianca ceramica. Nuovamente a ter-ra, schiantarsi malamente come un quarto di manzo sul pa-vimento. Gli spari nel bosco lo centrano in pieno.

Rimbalzo minimo della testa priva di coscienza.

Sangue ovunque, poi tutto è nuovamente silenzio: not-te e silenzio.

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