Primi capitoli del romanzo
Bussano alla porta, bussano eccome! Senza alcun riguardo bussano nella notte, senza pudore né educazione producendo un suono sguaiato di colpi che rimbomba per la tromba delle scale del piccolo condominio, amplificandosi ed espandendosi fino a svestire queste ore, cosiddette piccole, del loro silenzio abituale.
“Francesco, smettila immediatamente!” urla l’uomo corpulento, appena fasciato in una vestaglia leggera dalla fantasia tigrata, mentre preme con forza l’indice della mano destra contro il pulsante del campanello e, al contempo, percuote la porta blindata rivestita in finto legno dell’appartamento, quasi volesse abbatterla. “Apri questa dannata porta! Mi senti? Vedi di comprarti un apparecchio!”
“Datti una calmata, Riccardo,” lo rimprovera la donna minuta, sui quarant’anni, con indosso una t-shirt di almeno una taglia più grande e un paio di pantaloncini corti da cui scendono fino a terra due gambe magre e muscolose da mondina. “Non ti rendi conto che stai facendo un baccano del diavolo!”
“Ma bene Viola, adesso sarei io quello che fa casino?” Riccardo sospende il suo tentativo di demolizione e si gira sarcastico verso Viola, più giovane di lui di quasi dieci anni. “Quindi sono stato io a svegliare tutti, giusto? Non quel disgraziato del tuo collega: dannato casinaro. Ma chi gliel’ha fatto fare di comprarsi un pianoforte, è pure sordo.”
“Non è sordo,” precisa la donna in piedi a fianco di Viola, dai capelli lunghi e neri e il volto grazioso e assonnato.
“Non è sordo?” si sorprende Riccardo, “ma se parla tutto così” e per spiegarsi agita le mani convulsamente davanti al naso delle due donne, come un prestigiatore di quart’ordine alla fiera di paese.
“C’è differenza tra non sentirci e non parlare!” Viola colpisce con la mano aperta il petto di Riccardo, scomponendogli un po’ la vestaglia. “Che non fossi un genio mi era chiaro, guarda, ma un concetto così elementare pensavo l’avessi ormai assimilato.”
“Quindi è solo muto?” Riccardo appare davvero sorpreso.
“Se è per questo,” precisa la donna dai capelli lunghi e neri, “non è neanche muto.”
Riccardo guarda prima l’una, poi l’altra cercando di capire se lo stiamo prendendo per il naso, “come vi pare” taglia corto e torna a occuparsi dell’uscio, alternando pugni e campanello in una ritmica urbana, quasi un trap. Accenna anche a un paio di calci, più moderati rispetto ai vigorosi colpi delle braccia, essendo scalzo, rivelando così le unghie degli alluci orrendamente lunghe, quasi sul punto di ripiegarsi su loro stesse.
“Che bei piedini da ballerina!” fa notare Viola all’altra donna che risponde con un’espressione di accentuato disgusto.
“Non ti ho mai visto così arrabbiato,” nota la donna con i capelli neri poi Viola afferra Riccardo per le spalle e lo allontana a viva forza dalla porta, “ora basta, ti hanno già sentito. Tutta Casalecchio ti ha sentito. Tutta Bologna ti ha sentito. Vedi di darti una regolata, buzzurro ungulato che non sei altro!”
Riccardo si volta verso la donna sfoderando un sorriso alquanto equivoco al centro di questo faccione un po’ ipertrofico: “non riesci a staccarmi le mani di dosso, eh?” la provoca lascivo, “sei proprio sfacciata sai? E dimmi: cosa ne pensa la tua fidanzatina?”
“Ah, Viola può fare quel che vuole,” ridacchia la donna con i capelli neri senza riuscire a smettere di fissare i piedi animaleschi di Riccardo con quelle dita tozze che terminano, ciascuna, con un arco di sporcizia nera tra il bordo dell’unghia e la carne.
“Quindi non sei gelosa, ma bene. Buono a sapersi…” Riccardo riesce a prodursi in un’espressione se possibile più idiota, muovendo lo sguardo dall’una all’altra donna. “Ho una proposta per voi, così su due piedi. Prendere o lasciare.”
“Lasciare,” Viola mette le mani avanti immaginando dove vuole andare a parare Riccardo.
“Visto che Fra ci ha svegliati in piena notte,” riprende lui indefesso, “visto che è estate, è una bella serata, tutte le stelle brillano nel cielo e voi siete già mezze nude,” segue profonda occhiata alle loro gambe, “che ne dite di allungarvi nella mia tana e farvi un giro di giostra. Eh? Concedetevi questo dono, un giro gratis nell’antro della bestia per riscoprire il sapore di maschio. Vi avviso però: una volta provato Riccardo, non c’è ritorno.”
“Oh Gesù…” sospira Viola staccandogli immediatamente le mani di dosso e ostentando il gesto di pulirsele contro la t-shirt, “sei un vero schifo d’uomo!”
“In verità, signore,” procede imperterrito Riccardo, “forse non sapete che io sono…”
“Maestro di corda,” la donna mora conclude per lui la frase, sorridendo mentre Viola alza gli occhi al cielo.
“Esatto Sara, ben detto,” Riccardo mima con la mano una pistola e finge di colpirla in pieno petto, “vedo che non l’hai dimenticato.”
“Ci conosciamo da poco, è vero, ma lo ripeti ogni singola volta che abbiamo il dispiacere di incontrarti,” protesta Viola spostandosi la frangia dal volto.
“Chi disprezza compra, cara Viola,” annuisce Riccardo sicuro di sé, nella sua posa consumata da latin lover di una soap medica, “chi disprezza, prima o poi, compra. Ricordati queste mie parole.”
“Sì, aspetta e spera,” Viola si gira dall’altra parte, proprio quando la porta dell’appartamento si apre, anticipata dal rumore del chiavistello che cigola, o gnicca essendo in provincia di Bologna, scivolando fuori dal laccio. Non è però l’uscio di Francesco ad aprirsi, ma l’altro, proprio dirimpetto, da cui esce un uomo completamente vestito, nonostante siano le due di notte: camicia bianca di cotone finissimo, pantaloni lunghi, mocassini ai piedi. L’uomo è sul punto di completare l’opera indossando una giacca di cotone leggera, di colore grigio poco consono alla stagione estiva.
“Bravo, sei contento adesso?” Viola rimprovera tra i denti Riccardo, “sei riuscito a svegliare tutti.”
“Tranne quel sordo del tuo amico che continua a suonare imperterrito,” le risponde Riccardo, anche lui a bassa voce, senza nemmeno guardarla in faccia, mentre si rassetta la vestaglia stringe il nodo sul ventre imponente, sfodera il suo sorriso migliore e, a gran voce, saluta il nuovo arrivato con un cordiale “Buonasera vicino!”
“Be’, più buonanotte” sorride l’uomo mentre si allaccia il primo bottone della giacca. “Piacere di conoscervi, io sono Bonaiuti Paolo,” si presenta formalmente, tendendo un braccio piuttosto rigido a Sara, “siamo i nuovi vicini di casa. Arrivati questo martedì.”
“Sì, Francesco ci aveva parlato di voi ma ancora non ci eravamo visti,” Sara sorride ricambiando la stretta, “io sono Sara, abito proprio nell’appartamento sopra il vostro.”
“Ed io sono Venturi Viola,” sorride provocatoriamente la donna mentre allunga la mano, “perdonami se faccio mio il tuo modo così burocratico di presentarsi.”
“Come prego?” Paolo le stringe la mano con un’espressione perplessa sul viso.
“Ah, non ci fare caso,” Riccardo sposta Viola di peso, “queste lesbiche non sanno proprio cosa sia il bon ton. È un tale fastidio.”
“Eh, come, ha detto les…” Paolo ritrae la mano che stava tenendo a Viola, indelicatezza colta da Sara che ricambia con uno sguardo ostile.
La mano di Paolo però non rimane in aria per troppo tempo perché viene colpita da quella più carnosa di Riccardo producendo il suono di un piccolo applauso.
“Sì, sono cafone di natura,” conclude per lui Riccardo, “siamo d’accordo.”
“Disse l’uomo che ha rubato la vestaglia a Sandokan,” sottolinea Sara tra il risentito e il divertito, forse più divertita.
“E i piedi da Godzilla,” rincara la dose Viola, ancora offesa, con le braccia conserte.
“Mi chiamo Riccardo Volta,” continua lui ignorandole completamente, “ingegnere molecolare e imprenditore di giorno. Maestro di corda, di notte”
“Maestro di che?” Paolo sembra sempre più confuso dai nuovi vicini.
“Piacere di conoscerti,” Riccardo procede dritto come un treno shakerando la mano del nuovo vicino senza troppi complimenti.
“Il piacere è mio, ingegnere,” Paolo sorride un po’ frastornato da questa situazione così insolita. “Mi può spiegare cosa sta succedendo qui?”
“Certamente vicino: ti sarai svegliato per questo dannato rumore di pianoforte,” lo imbecca Riccardo gettando un’occhiata in cagnesco alla porta di Francesco.
“O, più probabilmente,” suggerisce Viola, “per il casino infernale che hai scatenato tu nel tentativo di abbattere la porta di Fra.”
“Se lo volessi davvero, bambolina, potrei abbattere questa porta in meno di trenta secondi spaccati,” millanta Riccardo gonfiando il petto.
“Sì, tu e quanti altri?” lo sfida Viola, “e non chiamarmi bambolina!”
“Mi sono iscritto in palestra già da febbraio. Sono ben cinque mesi” le ricorda Riccardo e poi, repentinamente, a tradimento, per così dire, le afferra la mano e se la spinge con il ventre, “senti qua che addominali d’acciaio!”
“Ah!” grida lei schifata, “mollami immediatamente la mano, cafone che non sei altro!” e sfila lesta la mano da quella presa, percependone ancora sopra il calore del ventre di lui.
Sara ride di gusto, adesso gli occhi neri sembrano completamente svegli.
“Sentito che lavoro addominale?” Riccardo si bea ammiccando a turno verso tutti i presenti mentre si risistema la vestaglia orientaleggiante.
“Ma quali muscoli,” alza la voce Viola, “di che parli, bifolco? Se sono sprofondata in un cuscino di adipe: sembra grasso di balena.”
“Melville,” suggerisce Sara, “potremo ribattezzarti Melville.”
“Sciocchina,” sorride lui indefesso, per nulla offeso e continuando a fissare Viola “chiaramente i muscoli sono sotto.”
“Santo Cielo!” Viola scuote il capo fingendosi molto depressa, “sei davvero una causa persa.”
“C’è qualcosa tra noi” ci tiene a precisare Riccardo.
“Costringimi a toccarti quello schifo di buzza un’altra volta e ti scuoio vivo,” lo minaccia Viola con un’espressione difficile da decifrare: forse più seria di quanto le circostanze lascerebbero intendere.
“Puoi farmi quello che vuoi, bambolina” Riccardo… be’, non si capisce davvero cosa tenti di fare con i muscoli delle labbra: diciamo che sorride.
“Non chiamarmi bambolina,” lo avvisa nuovamente Viola.
“Comunque, dicevamo del pianoforte…” Riccardo riprende il discorso tornando a guardare Paolo.
“Sì, lo abbiamo sentito anche noi,” Paolo annuisce, “essendoci appena trasferiti, ci domandavamo, con una certa preoccupazione devo dire, se capiti spesso che il vostro amico suoni il piano di notte.”
“È la prima volta,” lo difende Sara, “ha comprato il pianoforte da poco.”
“Ah, meno male,” sospira Paolo, “speriamo che non diventi un’abitudine…”
“Andiamo: il piano si sentiva appena,” interviene Viola, “il vero casino lo ha fatto l’uomo tigre, qui” indica ovviamente Riccardo, “cercando di rifarsi le unghie dei piedi contro l’uscio di Fra.”
A quelle parole Paolo abbassa lo sguardo sui piedi di Riccardo per rialzarli subito, in preda a un vistoso imbarazzo.
“Sarà stata tutta colpa mia, però mi sembra vi siete svegliate anche voi, per questo pianoforte,” gli ricorda Riccardo, “prima ancora che scendessimo.”
A queste parole, Viola non può che rimanere in silenzio.
“Voi?” sorride Sara rivolta a Paolo, “hai detto che vi siete svegliati: in quanti siete, se posso domandare.”
“Con mia moglie e mio figlio,” risponde Paolo, “siamo in tre”.
“Cani, gatti? Altri animali domestici? Se hanno un tapis roulant, un 4k in salotto? Un vibratore nel comodino?” Riccardo si impone nuovamente al centro dell’attenzione, “ti sembra questo il momento di fare conversazione? Sono le due e siamo tutti qui perché quel disgraziato del tuo amico sordo…”
“Muto,” precisa Viola per l’ennesima volta.
“Non è nemmeno muto,” chiarisce nuovamente Sara.
“Insomma, quello scalmanato forse sordo, forse muto ma certamente maleducato si è messo a suonare il piano in piena notte. Ed io sono un imprenditore, Santo Cielo! Devo dirigere un’azienda di imbranati che senza non saprebbero dove andare a sbattere la testa.”
“Me lo immagino, guarda,” lo provoca Viola.
“Immagina quello che ti pare, bambolina.”
“Non, chiamarmi, bambolina,” scandisce Viola, “altrimenti ti faccio arrivare in azienda a suon di calci nel sedere!”
“Come ti pare,” taglia corto lui, “intanto il vostro amichetto è ancora lì che ci pesta su quel piano.”
A quelle parole tutta la compagnia si mette in silenzio e tende le orecchie verso quel suono indistinto di un pianoforte che subito la raggiunge con questa sua melodia complessa e cacofonica.
“Ah, sì,” ammette Paolo, “si sente ancora bene, purtroppo. Tra l’altro non capisco cosa stia suonando, sembrano note a casaccio.”
“Si sentirà meno bene quando riuscirò a mettergli le mani addosso!” minaccia Riccardo tornando a dedicarsi alla sua occupazione notturna di abbattimento portoni.
“Francesco! Fra!” il vocione grave della donna seduta sul letto si mescola alla luce arancione della lampada Ikea e alla frescura notturna che soffia placida dalla finestra aperta. “Svegliati!”
Francesco apre faticosamente gli occhi cercando di capire cosa stia succedendo mentre la donna gli scuote con forza una spalla. “Alzati, dai!” gli dice, “non senti che stanno bussando alla porta?”
Bussano alla porta, Francesco muove velocemente le mani per comunicare nella lingua italiana dei segni, a quest’ora?
“E smettila di gesticolare,” lo rimprovera, “che non ti capisco neanche di giorno. Scrivimi sul telefono anzi, c’è poco da scrivere, non senti che stanno per sfondare la porta? Saranno dei ladri?”
Non credo che i ladri siano così rumorosi, gesticola Francesco trovando la forza di alzarsi. È un uomo dal fisico asciutto, sulla cinquantina, quello che cerca l’equilibrio appoggiando una mano contro la parete, di statura media e dalla testa piena di riccioli quasi completamente canuti. Vado a vedere.
“Parla meno e vai a vedere,” lo sollecita la donna, sprofondando i piedi perfettamente curati in un paio di ciabatte rosa, con metà cuore su ciascuna destinati ad unirsi ma solo in assenza di movimento. “Intanto prendo la mazza da baseball,” avvisa e così fa, tirandola fuori da sotto il letto.
Francesco la trattiene per il braccio scuotendo il capo.
“Che c’è?” si sorprende lei, “possono essere armati.”
Francesco si porta la mano all’orecchio.
“Cosa vuoi che ascolti?” risponde spazientita.
Lui ripete il gesto e si dirige in sala.
“Cosa vuoi che ascolti,” gli grida dietro poi si blocca, “Riccardo? Questa è la voce di Riccardo,” dice a Francesco che ormai è sul punto di aprire la porta, “cosa diavolo vuole a quest’ora? È ubriaco? Ah sì, sarà certamente sbronzo”. Si guarda poi allo specchio circolare appeso alla parete, si sistema alla meglio i capelli biondi che incorniciano il volto tondo di una donna un po’ sovrappeso, non molto alta con qualcosa di volgare nel taglio delle labbra e nella dimensione delle narici.
Francesco, nell’altra stanza, fa scorrere il chiavistello ruotando con la manopola d’ottone e apre la porta di casa a quest’improvvisata notturna.
“Finalmente,” lo rimprovera Riccardo spingendolo di lato ed infilandosi dentro senza troppi complimenti, “hai fatto un bel casino stanotte, eh? Sei riuscito a svegliare tutti.”
Quale casino, domanda Francesco gesticolando, rivolgendosi però a Sara, che succede?
“Ciao Fra,” lo saluta Viola entrando anch’essa, “stavi suonando il piano, per caso?”
Il piano, Francesco è piuttosto sorpreso dalla presenza di tutte quelle persone.
“Sì, ci ha svegliato il piano,” gli risponde Sara appoggiandogli delicatamente la mano sulla spalla, leggera come una carezza, mentre lo supera.
Quale piano? Francesco la segue con lo sguardo mentre entra anche lei in casa; in questo momento gli dà quindi le spalle per cui non può vederlo e non gli risponde.
“Buona sera,” si presenta Paolo con la mano tesa, “sono il suo nuovo vicino di casa: Bonaiuti Paolo, piacere.”
Meccanicamente, Francesco risponde alla stretta riuscendo anche a prodursi in un sorriso.
“Di quale piano parlate?” Vanessa, fasciata stretta in una vestaglia più rosa delle sue ciabatte, al limite del fluorescente, fa la sua grande entrée in sala muovendo due fianchi ampi e piazzandosi direttamente di fronte a Sara.
“Il pianoforte che tuo marito stava suonando svegliando tutto il palazzo,” spiega Riccardo, “ovviamente parliamo di questo pianoforte.”
“Questo pianoforte?” Sara indica un piano elettrico appoggiato contro la parete più stretta della sala, con la tastiera chiusa e una pila di metodi musicali appoggiati sopra, tra cui il famoso Pianoforte per adulti della famiglia Bastien.
“Precisamente questo,” Riccardo lo tocca con la punta del dito.
Sara glielo indica nuovamente, come a volergli suggerire qualcosa.
Riccardo guarda lei, poi il piano, poi ancora lei e finalmente domanda: “Perché è chiuso?”
“Perché noi eravamo a letto, mio caro,” Vanessa, con due passi, gli si para davanti e lo fronteggia spavalda. “Stavamo dormendo beatamente quando siete venuti a romperci le balle!” poi, ricordandosi del nuovo arrivato, si gira verso di lui e addolcendo la voce in modo quasi infantile aggiunge, “perdoni il francesismo.”
“Certo signora,” annuisce Paolo comprensivo e tende la mano anche a lei, “piacere: Bonaiuti Paolo.”
“E te dai con quel Bonaiuti Paolo,” Viola si lascia cadere sul divano, sbuffando.
“Piacere mio,” Vanessa si porta la mano sinistra sul petto voluminoso e gli tende la destra mollemente, con il palmo rivolto verso il basso quasi si aspettasse un baciamano “Io sono Vanessa Strozzi.”
“Tu sei Strozzi Vanessa,” suggerisce a bassa voce Viola, sorridendo a Francesco che ricambia, capendo al volo lo scherzo.
“Non stavi suonando il piano?” domanda Riccardo a Francesco che risponde scuotendo il capo.
“Lo stavi suonando tu?” Riccardo si rivolge a Vanessa.
“Non lo spolvero nemmeno quel coso orrendo,” replica lei sfilando la mano da quella di Paolo, “io volevo metterci un bel comò in quella parete.”
“E chi diavolo lo suonava il piano nel bel mezzo della notte?” ruggisce Riccardo perplesso, “non facciamo scherzi! Io ho un’azienda da portare avanti, non passo le giornate ad intrecciare margherite come le nostre due bellissime hippy.”
“Veramente io lavoro cinquanta ore alla settimana,” Viola scatta in piedi, “e non uso il cervello solo per sfogliare la Gazzetta dello Sport il lunedì mattina.”
“Sono un uomo d’azione, bambolina,” Riccardo ripropone quello strano sorriso un po’ storto e decisamente troppo piccolo rispetto alle dimensioni del viso.
Francesco gesticola ponendosi davanti agli ospiti in modo che tutti possano vederlo.
“Scrivici su WhatsApp,” sbuffa Vanessa, “che facciamo prima.”
“In realtà, sarebbe assai comodo così,” precisa con garbo Sara, “sta dicendo che il suono del piano si sente anche adesso.”
A queste parole, tutti tacciono e tendono le orecchie: prima arriva il fruscio del vento che giocherella con le foglie degli alberi in giardino, poi il rumoreggiare scattoso del frigo dalla vicina cucina seguito dal rombo scoppiettante di una macchina in lontananza. Infine eccolo, il suono del pianoforte torna a farsi udire anche se ovattato: la mano sinistra si arrampica in una scala che non sembra c’entrare proprio nulla con le note alte suonate dalla mano destra. Anche la scala stessa sembra dissonante, al limite del fastidioso.
“Ma chi sta suonando?” domanda Vanessa sorpresa.
“Sembra venire dal piano di sopra,” suggerisce Paolo.
“Non c’è nessuno al piano di sopra,” l’espressione di Viola è senz’altro sorpresa, con una piccola punta di spavento. “Ci sono solo i nostri appartamenti e noi siamo tutti qui…”
“Hai rimorchiato una pianista?” domanda Vanessa a Riccardo, sembra seria.
“Magari, cioè,” si affretta a correggere il tiro, “ero con una donna ovviamente: vent’anni, due tette più grosse delle tue,” si rivolge a Vanessa forse con troppa familiarità, “ma finito di fare zun zun l’ho rispedita al mittente. Non mi piace dormire con degli estranei.”
“Certo,” ironizza Sara, “gli alibi, la notte, sono difficili da sopportare.”
“Comunque non era musicista,” continua Riccardo, “o meglio, suonava molto bene il flauto a pelle, questo posso concederglielo.”
“Sei uno schifo,” lo censura Viola distogliendo lo sguardo per un istante, “non ci frega niente di quale strappona ti sei rimorchiato stasera.”
O hai sognato di rimorchiare, aggiunge Francesco facendo sorridere Sara.
“Dicci solo,” lo prega Viola, “se c’è qualcuno in casa tua, adesso, che sta suonando il piano.”
“Oppure sta ascoltando la registrazione di un piano,” ipotizza Sara.
Riccardo scuote il capo: “come ho detto, non amo dormire con le sconosciute. Non c’è nessuna in casa mia e neanche un pianoforte, se è per questo.”
“E nemmeno in casa nostra c’è nessuno,” precisa Viola, “dato che siamo tutte e due qui.”
“Ci sono altri appartamenti al piano di sopra?” domanda Paolo perplesso.
Gli risponde Vanessa scuotendo il capo gravemente: “torno a prendere la mazza da baseball,” si volta e corre con i passi piccoli e nervosi che l’abito le consente verso la camera da letto.
“In questa palazzina ci sono solo i nostri quattro appartamenti,” chiarisce Sara.
“A casa tua?” Riccardo si rianima convinto di aver fiutato una pista interessante, “hai detto che vivi con la tua famiglia.”
“Stanno dormendo,” risponde Paolo, “e comunque non abbiamo un pianoforte.”
“Ma cosa state dicendo!” sbotta Riccardo un po’ spaventato mentre Vanessa rientra con la mazza da baseball griffata Harley Quinn appoggiata alla spalla. “Siamo praticamente in mezzo alla campagna, non ci sono altre case nell’arco di dieci chilometri: il suono per forza deve venire da qui.”
Forse lo porta il vento, ipotizza Francesco andando ad aprire la porta finestra.
“Che dice?” domanda Vanessa scocciata.
“È scandaloso che tu non voglia imparare la lingua dei segni,” la rimprovera apertamente Viola.
“È scandaloso che tu non ti faccia mai gli affaracci tuoi,” le ringhia dietro Vanessa puntandole contro la mazza da baseball.
“Dice il suono potrebbe provenire dall’esterno,” traduce Sara seguendo Francesco in giardino.
La notte fuori è stupenda, come solo certe estati sanno regalare: tutto il firmamento ripete la sua lenta e antica marcia, ruotando placidamente attorno alla stella polare mentre una luna, quasi completamente piena stanotte, distribuisce generosamente il suo lume d’argento su tutta la campagna: dall’erba nera, giù a livello del fiume fino alle alte fronde degli alberi, accarezzati da un vento fresco e gentile; illumina gli spigoli aguzzi della palazzina in pietra a vista, della piccola cappella intonacata edificata, stranamente, nel bel mezzo del parcheggio di ghiaia; illumina il giardino di casa Mirti e i molti vasi di fiori che rifiatano per prepararsi alla prossima giornata di calore.
I condomini vagolano in giardino come cani intenti a fiutare l’aria, senza nessuna direzione in particolare; tendono le orecchie mentre si allontanano dalla palazzina per poi tornare al punto di partenza.
Viene da dentro, asserisce sicuro Francesco.
“Anche secondo me,” risponde Viola.
“Che dice?” domanda ansioso Riccardo.
“Il suono non viene da fuori,” riferisce Sara.
“Già, sembra anche a me,” concorda Riccardo alzando lo sguardo verso il primo piano, alle finestre debolmente illuminate di casa sua e più in alto ancora, dove il tetto spiovente nasconde le tegole alla sua vista.
“Ma siamo tutti qui,” sottolinea Vanessa con la sua voce roca, quasi maschile e un po’ sguaiata.
“Non è l’unica stranezza,” nota Sara tradendo una certa emozione, “a quanto mi risulta l’unico pianoforte in tutto il palazzo è quello lì.”
“E nessuno lo sta suonando,” aggiunge Viola, forse pleonasticamente.
Tutti sono un po’ spaventati e cercano di riconoscere nella musica il titolo di qualche brano, sperando così di ricavarne qualche indizio sulla sua provenienza.
Sembra di essere negli ultimi versi di Sotto Le Stelle del Jazz fa notare Francesco a Sara.
Davvero, risponde anche lei gesticolando, questo motivo non si capisce proprio e mi sento un po’ uomo scimmia; più tu di me a dire il vero, sorride Sara.
Fra si finge offeso poi torna ad ascoltare cercando il bandolo di questa matassa.
Io vado su a vedere, propone infine Francesco.
“Vengo con te,” si offre Viola, “ci deve essere necessariamente una spiegazione razionale.”
I due rientrano in casa a passo svelto, evidentemente senza attendersi rinforzi.
“Tu non vai ad aiutarli?” domanda provocatoriamente Vanessa a Riccardo.
“Non capisco bene cosa stia succedendo,” spiega lui passandosi nervoso una mano sui capelli che iniziano a diradarsi, “è meglio se qualcuno si prende cura di voi ragazze.”
“Galantuomo,” lo apostrofa lei, soffermandosi a guardarlo ammirata per qualche istante, prima di voltarsi e rientrare in casa, seguita da Paolo.
Riccardo si volta invece dalla parte opposta cercando conforto nella sagoma massiccia del suo SUV, parcheggiato appena oltre la recinzione del giardino: una macchina mastodontica, in grado di superare indenne intere praterie di bisonti e fiumi e canyon.
“Sarà il vento,” Sara azzarda una spiegazione, “stasera soffia così forte.”
“Chissà,” Riccardo si lascia aperta la possibilità, “però sembra proprio proprio il suono di un pianoforte.”
Sara annuisce prima di rientrare in casa anche lei.
Mentre le due melodie si rincorrono in una scala ignota e stridente, Riccardo, un po’ pallido, rimane solo ed esce quindi dalla narrazione.