Primi capitoli del romanzo
D’altronde non era mai capitato prima di allora. Neanche ci erano andati vicini. Per cui Ilaria Loddo aveva perso completamente la testa, e pazienza, la si può pure scusare; ancora in boxer e maglietta come si era svegliata, andava nervosa dall’armadio alla scrivania ormai da cinquanta minuti, con il telefonino ora premuto contro l’orecchio, ora stretto fra le falangi sbiancate.
Sua madre Ivonne Donati faceva capolino dalla porta, fasciata in una vestaglia rosso porpora, senza un capello fuori posto anche a quell’ora del mattino. Sul viso le si leggeva la voglia di dire qualcosa alla figlia venticinquenne, poi si tratteneva. Ilaria, dal canto suo, faceva finta di non vederla; tanto (ahimè) la madre non sarebbe stata in grado di trattenersi ancora a lungo. Comunque, per il momento era tornata in sala con l’inserto di Repubblica del sabato sottobraccio.
Come si diceva poc’anzi una cosa simile non era mai capitata ed Ilaria era terribilmente preoccupata; razionalmente continuava a darsi buoni consigli come l’Alice di Carroll dicendosi che non poteva essergli successo niente di particolare, che Francesco era un ragazzo con la testa sulle spalle, coscienzioso. Santo Dio! Era pure un ciellino, cosa avrebbe potuto mai combinare?
Ilaria Loddo spostò dal viso una ciocca di capelli neri che continuava a caderle sugli occhi; ma dove diavolo aveva lasciato la molletta? Appoggiò il cellulare sulla scrivania e prese a spostare libri sempre più velocemente fino a gettarli incurante sul pavimento come una di quelle macchine per spalare la neve.
«Dove sei maledetta!» Imprecò mentre anche il manuale di diritto privato andava a fare compagnia a suoi colleghi sul parquet della camera.
«Ma insomma Ilaria, basta, calmati!» La rimproverò la madre riapparsa improvvisamente sulla soglia, «mi sembri una mogliettina borghese ed isterica! E non sei nemmeno sposata…»
Ilaria si voltò di scatto, sembrava la protagonista di quei film d’azione che guardava la sera con il padre; gli occhi verdi sembravano ingrigiti, freddissimi quando scagliò lo Zamagni (libro di testo di Economia Politica) contro la madre, mancandola di una quarantina di centimetri appena.
La madre per tutta risposta prese a strillare «Ma ti sei im-PAZ-ZI-TA!?!» Disse, lasciando cadere al suolo la rivista, forse per adeguarsi al nuovo ordine di quella camera.
«Ma che succede qui?» Intervenne Stefano Loddo, un uomo di quaranta quattro anni, abbastanza insonnolito, piuttosto atletico e parecchio alto.
«Chiedilo a quella stronzetta isterica di tua figlia!» Gli rispose inviperita Ivonne Donati. «Stamattina è impazzita perché non riesce a chiamare il suo caro Francesco» la schernì la madre.
«Ma cara, che ti piglia?» Provò a calmarla Stefano che non ricordava di aver mai visto la figlia in quello stato; di solito era una ragazza molto pacata, silenziosa e discreta. Col suo incarnato bianchissimo, sempre in disparte tanto che non era raro scordarsi della sua presenza. Naturalmente per chi non restasse colpito dalla sua abbagliante bellezza.
«Papà, guarda, non ti ci mettere anche tu!» Gli urlò contro Ilaria Loddo marciando a gran giornate verso l’uscio e chiudendo la porta in faccia ai genitori.
«Cara…» proferì Stefano con il naso a pochi centimetri dall’uscio.
«Macché cara e cara» sbottò Ivonne Donati «È solo una stronzetta isterica. Bel modo di cominciare una relazione di coppia, voglio proprio vedere come si ridurrà dopo un mese di matrimonio. La colpa comunque è tua, sai? Oh sì, eccome! E non fare quella faccia da fesso; l’hai sempre viziata» alzò la voce in tono polemico per farsi udire dalla figlia. «Altro che Club Beauvoir, altro che dignità femminile! Bell’educazione che ti ho dato in vent’anni, bella soddisfazione per una madre!» così dicendo Ivonne raccolse il giornale e tornò in sala, soffiando via una ciocca di capelli neri che le era scesa sul viso.
«Se hai bisogno, comunque, sono qui» parlò al legno della porta Stefano Loddo e poi tornò in bagno, doveva prepararsi in fretta perché aveva appuntamento con gli amici per andare a pesca.
Con le spalle contro la porta Ilaria guardò dritto negli occhi Olympe; Olympe guardò annoiata la padrona, acciambellata sul letto, con la ferma intenzione di tornare a sognare i suoi sogni felini.
D’altro canto, pensò Ilaria, non era neanche mai successo che Francesco non la chiamasse una mattina per augurarle buona giornata. Mai e poi mai; nemmeno quando aveva preso quel brutto virus intestinale o quando erano andati in pellegrinaggio ad Assisi, scatenando per altro le invettive anticlericali d’Ivonne.
Purtroppo, però Francesco Guadagno non aveva neanche mai partecipato ad un addio al celibato, mentre la notte prima aveva festeggiato il proprio.
Ilaria doveva chiamare qualcuno con urgenza; pazienza se avesse tirato giù dal letto Maria. Corse alla scrivania, recuperò il cellulare sepolto sotto gli appunti di Matematica Finanziaria e compose il numero.
In quel momento Olympe si era nuovamente addormentata.
Ugo Guadagno sentì Maria alzarsi dal letto ma era ancora troppo addormentato per connettere. In quel momento si trovava probabilmente in mezzo all’oceano, su una di quelle navi da crociera altissime, presumibilmente condotta da un capitano più capace del noto Schittino, in navigazione verso qualche paese esotico, lontano, da qualche parte, chissà dove.
Non era importante il posto.
Importante è che si stava godendo un idromassaggio in compagnia di due giovani donne rumene o russe o cose così, piuttosto spogliate e disponibili che si baciavano tra loro sul collo e sui seni. Una aveva i capelli rossi a caschetto ed un bichini di paillette azzurre, l’altra indossava solo un cappello da cowboy ed aveva le labbra grandi. Le ragazze, probabilmente al limite della maggiore età, alternativamente si ricordavano di lui, di Ugo Guadagno, accarezzandolo e guardandolo con occhi infiammati di libidine.
«Tu avere big cetriolone tra le gambe!» Si complimentò leziosa con Ugo la ragazza dai capelli rossi, in un italiano piuttosto grossolano ma efficace.
«E vedrai cosa ti combino» le rispose Guadagno afferrandola per i seni.
«Ugo. Ugo!» lo chiamò proprio in quel momento Maria dal corridoio ed in un solo attimo le due ragazze rumene o russe o quello che erano finirono inghiottite in fondo al mare ed Ugo si ritrovò supino sul suo letto matrimoniale. Un bel sole marzolino splendeva fuori dalla finestra, gli uccelli cantavano volando sul lago. Del sogno Ugo Guadagno conservava solo un’insolita erezione.
«Big cetriolone» ripeté con la bocca impastata dal sonno.
«Ugo, mi senti?» Domandò la moglie dal corridoio, «che tu sappia ieri Francesco è rincasato?»
«Se è rincasato…» Ugo non riusciva a connettere.
«Sì, Francesco è tornato a casa ieri notte?»
Ugo bestemmiò rumorosamente poi rispose con un grugnito «Perché non apri la porta di camera sua e lo scopri da sola, invece che svegliare la gente che dorme?»
«Ah già» realizzò Maria. «Attendi un attimo Ilaria, vado a vedere se è in camera sua» disse ed appoggiò il cordless sul mobile; Maria Guadagno aveva una cinquantina d’anni ma un bruttissimo rapporto con la tecnologia, in qualche modo era convinta di non poter spostare la cornetta del telefono fino alla camera del figlio, come se fosse ancora legata dal vecchio filo al muro della casa.
«Tornate bambine mie, tornate» Ugo Guadagno cercò di evocare le due compagne di sogno senza ottenere nessuna risposta, «vi prego carine, sono qui che vi aspetto.»
Intanto Maria tornò al telefono a passi più veloci, prese l’apparecchio e disse concitata «no, non è tornato! Il suo letto è vuoto. Ma tu l’hai sentito?»
A quel punto Ugo era completamente sveglio e sapeva che non avrebbe mai più messo il culo in quella vasca. Niente più trippa per gatti da quella porta.
Non aveva quindi alternative, doveva trovare il modo di essere risarcito dalla moglie per quella perdita orribile e la cosa doveva capitare adesso, prima di uscire di casa.
«Big cetriolone» si ripeté mentre scagliò con incredibile agilità l’enorme ventre obeso fuori dal talamo nuziale.
«Sì, non ti preoccupare Maria, vedrai che non è successo niente di che» disse al telefono Ilaria Loddo con una voce davvero poco convinta. «Tu magari prova a sentire Luca o Matteo, dovevano essere assieme ieri notte. Io magari telefono a zia Chiara così, solo per precauzione.»
«D’accordo, li chiamo subito. Ci sentiamo tra poco» promise Maria Guadagno e riattaccò.
Ilaria adesso aveva perso ogni controllo mentre i suoi timori più irrazionali le vociavano attorno; se Francesco fosse stato il genere di ragazzo pieno di amici, uno di quegli animali notturni che trascorrono le notti tra piste da ballo ed il banco del bar per finire poi a dormire da qualche amico o sul sedile posteriore della macchina allora non ci sarebbe stato nulla di strano. Niente di cui preoccuparsi.
Ma Francesco Guadagno era una persona fin troppo comune, il più classico dei bravi ragazzi. La domenica sempre in quella stramaledetta chiesa, il catechismo e la chitarra con le corde in nylon ed il Laudato Sii. Raramente era riuscita a trascinarlo in qualche locale notturno e quasi mai fuori dal paese in cui vivevano. E mai, mai, mai non era rincasato la notte (a meno che non fosse in giro con i lupetti, naturalmente).
Invece oggi era scomparso, lei non sapeva dove fosse andato ieri a festeggiare ed oggi era semplicemente scomparso.
Il cellulare d’Ilaria Loddo vibrò vigorosamente segnalando l’arrivo di un messaggio; lei si affrettò ad aprire l’icona con la busta piena di speranza ma si ritrovò davanti solo l’ennesimo messaggio della sua amica Valentina Condolero. Il ventunesimo, anzi no il ventiduesimo da quando si era svegliata. Ci mancava anche quella faccenda da affrontare, le sembrava di non avere le forze per gestire tutto.
Il messaggio diceva: “non puoi ignorarmi per sempre né fare finta di nulla. Chiamami, vediamoci prima del club.”
Freneticamente Ilaria le rispose: “franci è scomparso, non ha dormito a casa. sai dov’è? sai qualcosa?”
Quello che era successo ieri non c’entrava proprio nulla con la sparizione di Francesco ed ora non aveva proprio il tempo di occuparsi di… cose simili. Di qualsiasi tipo di cose si trattassero.
Doveva trovare Francesco, era quella l’unica priorità. Le tornò in mente un filmaccio che aveva visto molti anni prima, naturalmente col padre perché sua madre guardava solo pellicole d’autore. In quel film il promesso sposo passava il suo addio al celibato con diverse prostitute in un bordello sul confine con il Messico ed il giorno dopo, risvegliatosi ubriaco e sfatto, scopriva di avere perso l’anello nuziale. Cercando di farsi strada tra i ricordi annebbiati della sera prima gli sovvenne di aver messo l’anello della futura sposa proprio al mignolo, per non perderlo e poi più niente. Insomma, per farla breve, alla fine ricorda che durante il sesso con una di quelle prostitute l’anello era finito nell’ano della signorina e lì si trovava ancora. Così iniziavano le peripezie del protagonista e la disapprovazione d’Ivonne Donati.
Era una stupidaggine però Ilaria non riusciva a togliersi dalla mente l’idea di Francesco Guadagno con il mignolo nel culo di qualche prostituta, per perdere quella verginità prima delle nozze.
Un nuovo trillo del telefonino annunciava un altro messaggio di Valentina Condolero: “io l’ho visto alla trota, ieri notte verso le 10. senti da cele. vedrai che sta bene.”
Lo ha visto alla Trota Briaca, l’unica vera osteria del paese. Quindi non era andato in un bordello, o almeno non prima delle dieci di sera. Estrasse dalle telefonate recenti il numero di Celeste Velli e la chiamò; finalmente aveva una pista da seguire.
Maria Guadagno entrò in camera da letto mentre Ugo stava uscendo dal bagno lavato e profumato, con il riportino disciplinato sulla testa e le gote rossissime come sempre.
«Non si trova!» Lo aggiornò la moglie «Luca e Matteo lo hanno lasciato verso l’una davanti al lago. Ha detto che voleva stare un po’ da solo a riflettere. Loro sono rincasati e da allora nessuno ne sa più nulla.»
Ugo Guadagno non ascoltava minimamente le parole della moglie come al solito preoccupata per questioni da nulla. Nella migliore delle ipotesi il ragazzo aveva sentito il nodo del cappio stringersi attorno al collo ed aveva colto l’occasione per annusare la passerina di qualche ragazzetta. Sarebbe stata anche l’ora; bravo ragazzo! Ora toccava a lui ed al suo grosso cetriolone, in vero non più grosso come poco prima, ma comunque ancora pronto a gettarsi nella mischia.
Dal canto suo la moglie Maria era bellissima come sempre, bionda, più alta di lui e con il seno enorme di quando l’aveva conosciuta. Era la sua conquista più grossa, quella di cui andava più fiero. Le si avvicinò come per abbracciarla e le disse «stai tranquilla, non può essere successo nulla. Non siamo mica a Monza qui, o a Milano. Pensi che lo abbiano rapito?»
Lei si lasciò abbracciare ed Ugo sentì la pressione dei suoi seni, Maria del suo pancione sporgente. «Ma non è da lui, lo capisci? È da un po’ che è strano e poi davanti al lago… non vorrei che avesse fatto una pazzia.»
«Ma cosa dici!» La rimproverò Ugo Guadagno facendo scivolare le mani sulle natiche della moglie, «mi fai quasi ridere. Quel chierichetto piuttosto che fare incazzare Nostro Signore si farebbe tagliare le palle. Figurati poi se si è suicidato.»
«Ma non so, ma io…. ma cosa stai facendo?» Maria realizzò in quel momento che il marito le stava leccando spudoratamente il collo e lo allontanò. «Ma ti sembra questo il momento?»
«Dai, che non è successo niente. Facciamoci un po’ di coccole prima di andare al lavoro che oggi ho anche la rottura del fallimento. Dai senti qui che big ce…» disse cercando di posare la mano di lei sotto il suo ventre.
«Ma no!» lo fermò secca allontanandolo con forza «non voglio sentire proprio niente. Vedi di vestirti in fretta ed uscire subito a cercare tuo figlio.»
Lui la guardò con occhi da cane bastonato, fece due passi verso la porta poi, con studiata lentezza, si girò ed uscendosene con un «nemmeno un…»
«Ma un cosa? Di che parli?»
«No, dico, un…» e concluse velocemente parlando velocissimamente,«pompino.»
Maria Guadagno lo guardò incredula, sgranando gli occhi come al rallentatore. Ugo la trovò ancora più bella.
«Cosa ti piglia oggi?» chiese lei.
«Neanche piccolo?» insistette Ugo sollevando la mano e mostrandole una breve distanza tra il pollice e l’indice.
A quel punto la moglie uscì furiosa dalla stanza dicendo «guarda, sul piccolo non ci sono dubbi.»
Era parecchio incazzata, niente trippa per gatti da quella porta, Ugo Guadagno doveva tentare un’altra via, dopotutto era un uomo pieno di risorse.
«Ciao Ilaria» rispose Celeste Velli al cellulare.
«Ciao, scusa se ti disturbo; sei al lavoro?» Domandò Ilaria.
«Sì, oggi ho dovuto sostituire la stronza,» rispose riferendosi all’amata collega, «quindi mi sono fatta la notte ieri ed anche la mattina di oggi, pensa che bello.»
Celeste Velli era dietro il bancone dell’osteria della Trota Briaca, a quell’ora i clienti erano ancora pochi, per lo più pescatori o cacciatori che si ritrovavano prima della battuta per un caffè o una grappa. Oltre ai soliti anziani naturalmente. Quindi aveva tutto il tempo di sorseggiare un caffè con relativa calma mentre guardava fuori dalla vetrina, verso le acque del lago. Il sole dietro le montagne stava levandosi poderoso, sarebbe stata una bella giornata, un anticipo di primavera.
«Bene, cioè ti volevo chiedere se Francesco è stato lì ieri notte?»
«Sì, certo. Era qui con i due evangelisti a passare il più triste tra gli addii a celibato. Ero imbarazzata per lui, guarda.» raccontò brevemente Celeste.
«Ma quando è andato via?» Insistette Ilaria Loddo, «ti ricordi l’ora?»
«Certo, se n’è andato quando tutti gli altri cominciavano ad arrivare da quel fesso che è. Verso la mezzanotte. Gli ho offerto una birra per compassione (che non ha nemmeno voluto) e poi se ne sono andati, immagino a pregare in chiesa prima che il loro Dio li fulminasse per la serata brava.» Pronunciò le ultime parole con una vocina di scherno ma la mano fu scossa da un breve tremito sottolineato dal tintinnio della tazzina del caffè.
«Quindi non sai dove sia finito?»
«Fammi capire tesoro;» le rispose aggressiva Celeste Velli, «lo hai perso? Come, che so, un portachiavi?»
«Sì, no, cioè non come un portachiavi. Non è rincasato ieri notte e… Maria è un po’ in pensiero.»
«Maria dici, uhm capisco, in effetti non è da lui» constatò Celeste sempre guardando fuori dalla vetrina, verso la piccola piazzetta intitolata all’Unità d’Italia, con le sue cinque panchine in circolo intorno alla piccola lapide per ricordare i molti morti sotto il vessillo dei Savoia. In quel territorio durante il risorgimento si era sparso parecchio sangue.
«Infatti,» ammise Ilaria, «non si è mai comportato in questo modo e non sappiamo dove andare a cercarlo.»
«Forse gli è successo qualcosa» ipotizzò maliziosa Velli, «che so, è caduto dall’inginocchiatoio o si è bruciato con un cero. Sono cose che capitano più spesso di quanto si pensi. Oppure senti questa: magari ha deciso di farsi prete. O di farsi un prete…»
«Piantala Celeste, non stronzeggiare con me,» Loddo realizzò quanto fosse stato stupido da parte sua fare quella telefonata, tanto da Celeste non si riusciva mai a cavare il famoso ragno dal buco. «Magari provo a chiamare zia Chiara per vedere se può aiutarci. Ma tu non ricordi altro? Magari ha detto qualcosa?»
«Uhm, fammi pensare» rispose con calma, «fammi pensare…» E dopo una lunga pausa drammatica concluse allegramente dicendo «no, niente.»
«E hai qualche idea di dove potrebbe essere? Seriamente Celeste, non è uno scherzo.»
«Scusa cara, ma non sei la sua fidanzata? Meglio di te chi potrebbe saperlo…» rispose acida Velli.
«Ma dai, siete amici da sempre, andavate all’asilo assieme. Aiutami a trovarlo? Dove potrebbe essere finito secondo te se non è a casa?»
Celeste concesse al silenzio qualche secondo, poi rispose dicendo «Sai che mi ha mostrato il pisello?»
«Ma chi?» Ilaria Loddo cadde dalle nuvole.
«Ma come chi, segui il discorso Ilaria; sto parlando del tuo Francesco.»
«Ma cosa dici Celeste?» Ilaria non credeva alle proprie orecchie.
«Quando eravamo ancora piccoli, all’asilo. Eravamo nella casetta gialla del cortile. Era il primo pisello che vedevo in vita mia, devo essere sincera» rispose meditabonda Celeste Velli.
«Ok, grazie per questa confidenza di cui avrei fatto volentieri a meno. Ora aiutami; sai dove posso trovarlo?»
Celeste prese tempo prima di rispondere, fuori dal vetro un uomo sdraiato sulla panchina della piazza si rigirò nel sonno ed un braccio cadde fino a toccare il pavé.
«Mi spiace Ilaria, non ho davvero idea di dove possa trovarsi ora il tuo caro promesso» le rispose Celeste Velli, la tazza del caffè in mano e gli occhi fissi su Francesco Guadagno, addormentato su una di quelle panchine di piazza Unità d’Italia.