Primi capitoli del romanzo
Penny aprì gli occhi, quasi senza fiato, sottraendosi a fatica dalle braccia dell’incubo che l’aveva tormentata tutta la notte. Le palpebre e il petto le dolevano, perfino le gambe e la schiena gridavano per il dolore.
Pentita, chiuse nuovamente gli occhi percependole cispose e gonfie. Qualcosa di umido e ruvido le raspava sulla guancia a intervalli regolari, e incurvava il suo cuscino. Miagolava, di tanto in tanto.
È Milky, pensò confusamente Penny, la sua gattina adorata. L’aveva conosciuta una notte di pioggia, di quelle che si vedono, a volte, nei film; entrambe non avevano altro riparo tranne le scale sotto le quali si erano rannicchiate. Da allora e per quasi un anno erano rimaste assieme, fino a quando un camion non l’aveva investita.
Le era morta tra le mani in una giornata limpida di agosto, tra l’indifferenza del mondo.
Quindi non poteva essere Milky, concluse Penny aprendo definitivamente gli occhi: la luce le trafisse le meningi, come un coltello arrugginito piantato sotto le unghie. Iniziò in quel momento l’emicrania che, con ogni probabilità, l’avrebbe accompagnata fino a sera.
«Ok, ok» riuscì a biascicare faticosamente Penny, «ho capito. Mi alzo, dai.»
La gatta, in qualche misterioso modo peculiare dei felini domestici, doveva aver inteso il messaggio perché ritrasse la lingua ruvida e si stiracchiò sul letto pregustando impaziente la colazione.
Non fu facile per Penny, nonostante i suoi diciannove anni, riuscire a mettersi seduta: il suo corpo era un rovo di dolore. Con cautela si toccò il labbro scoprendolo tumefatto e l’occhio pesto.
«Iniziamo bene,» disse a se stessa e poi, guardando la gatta: «Come sono messa?».
L’animale inclinò la testa fissando la donna intensamente.
«Così male, eh?» commentò al suo posto Penny. «Va bene, Milky, ti dispiace se ti chiamo Milky? No? Bene. Allora, Milky, mi sembra di capire che tu abbia una discreta fame; quindi, dobbiamo assolutamente trovare qualcosa da mettere sotto i denti.»
Poi fece scorrere lo sguardo lungo le travi di legno irregolari che rivestivano il soffitto inclinato del sottotetto in cui si trovava. Di legno era anche il letto, ricoperto da un soffice piumone bianco, i comodini e il piccolo armadio.
Fuori dalla finestra, oltre la tendina ricamata, il paesaggio verde e maestoso di una montagna la cui cima calva e rocciosa tradiva l’altitudine del luogo.
«È una baita?» si domandò Penny mentre appoggiava i piedi sul parquet chiaro con i listelli disposti in modo da formare colonne di frecce parallele. «Siamo in montagna?»
Non ottenne risposta.
Penny allungò la mano per accarezzare Milky, ma dovette ritrarsi quasi subito perché il petto le doleva in modo insopportabile: non riuscendo a trattenersi, pur sapendo che se ne sarebbe pentita, afferrò l’orlo del colletto del proprio pigiama, candido e profumato, per vedere l’enorme cerotto, proprio sopra il piccolo seno sinistro, rettangolare e delimitato da un giro di adesivo medico.
Una stilla rossa di sangue aveva tenacemente attraversato i diversi strati di garza e faceva capolino quasi al centro di quella medicazione.
Impressionata da tale spettacolo, Penny lasciò andare il pigiama in modo che celasse tutta la faccenda, meglio non pensarci.
«Dovrai venire da sola, Milky: non riesco a portarti in braccio. Pensi di farcela?» La gatta non mosse un muscolo: certo che assomigliava davvero alla vera Milky in tutto e per tutto. Aveva perfino quella buffa macchia a forma di cuore sopra la zampina sinistra.
Traballando, come una trottola prima di fermarsi, Penny si alzò in piedi. Dovette però subito appoggiare la mano contro la parete, anch’essa rivestita in legno, per non cadere giù.
«Dammi solo un secondo.» Penny aspettò che la stanza smettesse di girare su se stessa. «Ecco, ora ci sono. Immagino che la cucina sia da quella parte.»
Si mosse a fatica, trascinando i piedi scalzi come la vecchia suora che l’aveva cresciuta all’orfanotrofio di Seattle; si chiamava Mary Eve, un nome che raccoglieva assieme le due donne più importanti di tutta la cristianità, anche se per motivi molto diversi. Era scontrosa, la vecchia suora, dura, senza un minimo di pietà, era riuscita solo a trasmettere a quelle bambine aspettative fosche circa le loro esistenze future.
«Niente bacio della buonanotte per la povera Penny» si canzonò la ragazza passando davanti all’unico specchio affisso alla parete. Vide riflessa una ragazzetta che, per sua sfortuna, era finita sul ring tra due pugili oppure sotto un camion, come era capitato alla vera Milky: pallida, con occhio e bocca tumefatti e terribilmente magra. Almeno però quel tratto per lei era sempre stata la norma: mai avuto troppo da mangiare nella vita.
Era bello invece il pigiama bianco con l’orsetto sul petto: quanto aveva desiderato possederne uno quando era piccola! Quando doveva dormire con le maglie usate dell’Esercito della Salvezza.
Milky miagolò impaziente.
«D’accordo, andiamo.» Le parole le uscirono ancora impastate, ma un po’ più intellegibili. Milky saltò dal letto agilissima e anticipò Penny infilandosi nella stanza accanto, da cui giungeva una luce calda e assolata.
Nell’uscire Penny inciampò in qualcosa di resistente: abbassò lo sguardo sulla sacca sportiva nera che giaceva semiaperta sul pavimento. L’interno era pieno di mazzette da cento dollari, alcune erano anche sparse a terra.
Altre erano macchiate di qualcosa di rossastro che poteva essere sangue.
Penny sospirò profondamente nel tentativo di respingere il panico che l’assalì all’improvviso: prima doveva pensare a Milky, a darle la colazione, si impose.
Tutto il resto avrebbe dovuto aspettare.