Nicola Santi

Penny sul lago, 2017

Romanzo precedente: La terza legge di Rethis

Quando Penny si sveglia, la rapina è ormai alle sue spalle. La testa le pulsa, il corpo le fa male. Sul pavimento della baita, la valigia piena di contanti sembra fissarla in silenzio. Il suo complice è sparito, il telefono muto. Tutto ciò che le resta è l’attesa.

Ma il tempo, in quel luogo sospeso sul lago, pesa come piombo. Ogni scricchiolio nel legno, ogni ombra tra gli alberi sembra sul punto di tradirla. E dall’altra parte dell’acqua, c’è un vicino che guarda… forse troppo.

Una fuggitiva. Una baita. Una piccola storia criminale con il battito lento della redenzione.

Un racconto breve e teso, in cui la calma apparente si sfalda pagina dopo pagina.




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Penny aprì gli occhi, quasi senza fiato, sottraendosi a fatica dalle braccia dell’incubo che l’aveva tormentata tutta la notte. Le palpebre e il petto le dolevano, perfino le gambe e la schiena gridavano per il dolore.

Pentita, chiuse nuovamente gli occhi percependole cispose e gonfie. Qualcosa di umido e ruvido le raspava sulla guancia a intervalli regolari, e incurvava il suo cuscino. Miagolava, di tanto in tanto.

È Milky, pensò confusamente Penny, la sua gattina adorata. L’aveva conosciuta una notte di pioggia, di quelle che si vedono, a volte, nei film; entrambe non avevano altro riparo tranne le scale sotto le quali si erano rannicchiate. Da allora e per quasi un anno erano rimaste assieme, fino a quando un camion non l’aveva investita.

Le era morta tra le mani in una giornata limpida di agosto, tra l’indifferenza del mondo.

Quindi non poteva essere Milky, concluse Penny aprendo definitivamente gli occhi: la luce le trafisse le meningi, come un coltello arrugginito piantato sotto le unghie. Iniziò in quel momento l’emicrania che, con ogni probabilità, l’avrebbe accompagnata fino a sera.

«Ok, ok» riuscì a biascicare faticosamente Penny, «ho capito. Mi alzo, dai.»

La gatta, in qualche misterioso modo peculiare dei felini domestici,... (continua a leggere)


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