Primi capitoli del romanzo
Renato aprì gli occhi e la luce del mondo lo accecò. Il suo occhio destro era colmo di un immenso cielo azzurro, mentre quello sinistro riportava la striscia di un marciapiede di cemento, cosparso di piccola ghiaia. Tra le due visioni scorrevano automobili, per lo più grigie, scaricando fumi pesanti.
Renato provò a sollevarsi da terra, la testa gli doleva molto. Probabilmente era svenuto e doveva anche considerarsi fortunato a non essersi ferito cadendo così, privo di sensi. Si mise seduto, mentre la palla di vetro che conteneva il mondo si raddrizzava assieme a lui. Attorno una strada, un marciapiede, i campi; ed un gigantesco cartello blu, su cui campeggiava la scritta gialla IKEA e l’indicazione di come arrivarci. A pochi passi da lui uno scooter scuro, parcheggiato accanto al marciapiede.
“Calma” pensò Renato “va tutto bene.” In effetti stava abbastanza bene. La giornata era piuttosto calda, probabilmente era estate. A giudicare dagli ampi spazi non edificati che lo circondavano poteva trovarsi nella periferia qualsiasi di una qualsiasi città.
Il problema, in realtà, era proprio questo: poteva trovarsi ovunque. Renato non ricordava alcunché. O meglio, il suo nome lo ricordava, assieme al volto vago di una donna che lo pronunciava. Forse sua madre? Era un ricordo molto antico, inafferrabile a livello conscio, patrimonio ormai solo dei sogni.
“Calma” si ripeté per cercare inutilmente di ingannare quella sensazione di panico che iniziava a farsi sentire forte nello stomaco. Era solo in mezzo ad una strada. Peggio che solo, non avendo nemmeno se stesso al suo fianco. Poco mancò che tornasse a svenire. Ma non accadde.
Una macchina si accostò con il finestrino abbassato, dentro una nonnina attempata gli faceva segno con la mano per ricevere udienza. Renato valutò se potesse essere in grado di alzarsi, ma dovette constatare che era ancora molto malfermo sulle gambe. Rimase quindi seduto.
«Mi scusi, signore, saprebbe dirmi la strada…» Renato non poteva credere che quella donna trovasse normale il suo stato attuale, seduto su un marciapiede con la testa tra le mani. Eppure la donna non mostrò il minimo stupore mentre continuava chiedendo «saprebbe dirmi la strada per andare all’IKEA?»
Renato, sempre con la testa fra mani, alzò gli occhi per verificare che l’enorme (anzi gigantesco) cartellone fosse ancora al suo posto.
«Mi scusi, ma non mi sente?», insistette indispettita lei mentre le prime macchine cominciavano a strombettare alle sue spalle.
Renato staccò a fatica la mano dall’emisfero sinistro della testa ed indicò il cartellone blu alle sue spalle.
La signora alzò la testa. L’indelebile fisicità del cartellone, quintali di metallo, perni e brugole, investì la donna che si scosse in un tremito repentino ed imbarazzato. Guardò Renato, poi guardò il cartellone. Non riuscendo a trovare nessuna buona giustificazione decise di restare in silenzio, mise la freccia e rientrò frettolosamente in strada suscitando l’ira di diversi automobilisti.
Renato la guardò allontanarsi oltre la curva del tutto imbambolato; non aveva molto da fare. O forse sì, ma non lo ricordava. Sentiva in bocca un sapore aspro ed amaro, simile ai postumi di una sbornia. Aveva la gola così secca da non poter nemmeno sputare per terra. La lingua strusciava ruvida contro il solco del palato.
Di nuovo il panico si fece sentire, iniziando a tagliare le funi che legavano la mongolfiera della sua testa al suolo.
Ancora una volta però non svenne.
In vero non si sentiva male, almeno fisicamente. Si sentiva solamente… strano. Il mondo sembrava lo stesso, ma ai suoi occhi appariva diverso. Incontaminato. Le cose se ne stavano lì, per i fatti loro, senza bisogno di essere piegate a nessuna interpretazione, senza garantire nessuna utilità per nessuno scopo. Il mondo si lasciava contemplare, vicino e distante. Quasi mitico.
Forse qualcuno lo aveva aggredito per derubarlo. Istintivamente mise le mani al portafoglio, ma era ancora lì. Il cellulare però non c’era.
“Il portafoglio! Ma certo… i documenti!” pensò mentre lo apriva avidamente.
Un foglio A4 ripiegato in otto parti cadde al suolo. Lo prese e se lo appoggiò temporaneamente tra le gambe. Il portafoglio confermava il fatto che si chiamasse Renato, ma il suo cognome non ricordava di averlo mai sentito prima. La foto sulla patente era quella di un ragazzo. Non ricordandosi l’anno corrente non sapeva indovinare la propria età. Però c’era la data di nascita sulla patente e quella di rinnovo del documento; stando a quelle informazioni aveva già compiuto quarantacinque anni. Probabile che ne avesse anche qualcuno di più.
C’erano dei soldi, poche decine di euro. C’era una tessera emessa da un dipartimento dell’Università di Bologna, con una sua foto più recente. Forse era il luogo dove studiava. O lavorava, vista l’età. Però anche di questo non ricordava nulla.
Non trovando altro di interessante tornò al foglio A4 piegato in otto parti, lo scartò ed all’interno vide una sola riga, scritta in una brutta calligrafia, ed un disegno.
Renato lo rilesse diverse volte, poi frugò di nuovo nelle tasche, dove in effetti trovò due mazzi di chiavi. Uno era verosimilmente quello di una casa e l’ altro quello di una macchina. Oppure di un scooter, considerò puntando gli occhi sull’esemplare parcheggiato a pochi metri da lui.
Il foglio riportava questa frase: “Tranquillo, vai a casa in scooter. Segui le indicazioni” e sotto era disegnata una piantina rudimentale che tracciava un percorso, partendo dal cartellone IKEA e proseguendo con una lunga freccia dinoccolata fino ad un punto non molto lontano denominato CASA.
“Tranquillo”… la scritta diceva di stare tranquillo.
Si alzò.
Dopo qualche secondo riuscì a mantenere un equilibrio abbastanza saldo. Rimise in tasca il portafoglio con un gesto automatico.
Si avvicinò allo scooter domandandosi se sapesse guidarlo. Montò sulla sella e inserì la chiave correttamente. Le sue mani, da sole, tirarono il freno di sinistra ed azionarono il pulsante di avviamento. Lo scooter scoppiettò allegro.
Sì, a giudicare dalle apparenze sapeva guidare uno scooter.
Ricapitolando: era solo, in un mondo sconosciuto ed ignorava quasi tutta la sua vita passata fino a quel momento. Aveva almeno 45 anni, pochi euro in tasca ed una meta tracciata su un foglio. Pensò che il gioco fosse facile, probabilmente più semplice della sua vita ordinaria. Dopotutto aveva solo una possibilità tra cui scegliere, una sola cosa razionale da fare.
Guardò con un’assurda nostalgia quel marciapiede, quella specie di utero che lo aveva messo al mondo una seconda volta.
Fu così, che senza il ricordo di genitori, amici, lavoro, casa, obiettivi e amori, Renato diede gas e si diresse dove indicava la mappa.
torna alla scheda di Trenta trentuno
Attualmente, non in vendita.